L’esperienza di Elisabetta Garzo al servizio della giustizia.

Intervista alla Dottoressa Elisabetta Garzo, ex Presidente del Tribunale di Napoli. A cura di Elena Formicola

  • Lei è stata Presidente di sezione al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e altresì Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania; nel 2014 Le è stato conferito l’ufficio direttivo di Presidente del Tribunale di Napoli Nord, una realtà nuova che comprende un’area di territorio estesa e nel 2020 è stata la prima donna a ricevere l’incarico di Presidente del Tribunale di Napoli. Alla luce delle esperienze maturate in contesti territoriali differenti può oggi definire in che modo la dimensione e la complessità sociale del territorio napoletano hanno inciso sull’organizzazione e sull’amministrazione della giustizia? 

Ho ricoperto il ruolo di Presidente di sezione presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere e, in quella veste, ho presieduto per alcuni anni anche la Corte d’Assise. Tengo a precisarlo sin dall’inizio, e poi ci torneremo, perché proprio in quella funzione mi sono trovata a giudicare il primo caso di femminicidio verificatosi nel territorio di competenza di quel Tribunale: l’omicidio di Veronica Abate, una giovane ragazza uccisa dal suo fidanzato. Il processo portò alla condanna definitiva dell’uomo. Successivamente sono stata Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania, poi Presidente del Tribunale di Napoli Nord e, dal 2020, ho guidato il Tribunale di Napoli. Si è trattato di esperienze molto significative, a completamento di una carriera iniziata quando ero poco più che una ragazza: mi sono laureata in giurisprudenza a 22 anni e a 24 ero già magistrato. Il mio decreto di nomina come uditore giudiziario porta la data del 30 giugno 1979, mentre io compivo 24 anni nel luglio di quello stesso anno.

È stata, in sostanza, una vita trascorsa nelle aule di giustizia, sempre nel settore penale. Ogni incarico, però, è stato profondamente diverso dagli altri. Il Tribunale di Vallo della Lucania opera in un territorio, quello cilentano, con caratteristiche sociali e culturali molto peculiari, e inevitabilmente anche la conflittualità riflette quella realtà territoriale.

L’esperienza che considero più intensa e significativa è stata però la nascita del Tribunale di Napoli Nord, in un’area caratterizzata anche da una densità criminale tra le più alte d’Italia. Quel Tribunale nacque con l’obiettivo di garantire una risposta di giustizia più rapida ed efficace, e io lo considero quasi una mia creatura. In una fase di profonda riorganizzazione giudiziaria, mentre venivano soppressi tribunali più piccoli, abbiamo costruito da zero un nuovo ufficio giudiziario: dall’organizzazione iniziale fino alla sua piena operatività, ogni passaggio è stato seguito con grande attenzione da me, insieme ai colleghi e al personale amministrativo straordinariamente disponibile e competente. All’inizio il Tribunale aveva il vantaggio di non ereditare arretrati dal passato, ma quel vantaggio durò poco. Con il tempo, la struttura organizzativa – ivi compreso il numero di magistrati assegnati – si è rivelata insufficiente rispetto all’enorme mole di lavoro proveniente dal territorio. Oggi anche il Tribunale di Napoli Nord soffre di un arretrato considerevole, sebbene in parte ridotto grazie all’introduzione dell’Ufficio del Processo.

Il Tribunale di Napoli è, invece, una realtà completamente diversa: ha una dimensione enorme, con quasi 300 magistrati e circa 1000 unità di personale amministrativo, e copre un territorio molto vasto. A questo si aggiunge il carico dell’Ufficio del Giudice di Pace, competente anche per territori come Barra, Capri, Ischia e Procida.

Ora mi si chiede se la complessità del territorio napoletano abbia inciso sull’organizzazione e sull’amministrazione della giustizia: credo sia inevitabile. Parliamo di un contesto caratterizzato da una densità abitativa altissima, da una significativa economia sommersa, da una criminalità organizzata fortemente radicata e differente da zona a zona, ma anche da enormi tensioni sociali e diffuso malcontento sociale. In un quadro del genere, il Tribunale può certamente migliorare l’efficienza della risposta giudiziaria, ridurre i tempi dei processi e abbattere l’arretrato, ma da solo non basta. Ho sempre ritenuto che la giustizia possa funzionare davvero soltanto attraverso una forte sinergia istituzionale. Mi riferisco al rapporto con Comune, Regione, Prefettura, forze dell’ordine e tutte le realtà che operano sul territorio. Ridurre i tempi dei procedimenti è importante, ma non sufficiente: l’obiettivo deve essere la tutela sociale, la prevenzione del fenomeno criminale e la costruzione di una risposta complessiva dello Stato. Proprio per questo, sia la Procura che il Tribunale di Napoli si sono progressivamente organizzati in sezioni specializzate, differenziate per materia e per territorio. Così come la Procura ha creato uffici dedicati alla criminalità organizzata, ai reati economici, ambientali, alla violenza domestica, ai reati contro il patrimonio e all’abusivismo edilizio, allo stesso modo il Tribunale si è strutturato con sezioni specializzate capaci di affrontare procedimenti sempre più complessi. Oggi la normativa è estremamente articolata e richiede ai giudici competenze specifiche e costantemente aggiornate. L’obiettivo è quello di rendere più efficace il sistema giustizia, in generale, e poi di estirpare le filiere criminali già radicate sul territorio, evitando al contempo che se ne possano generare di nuove. In questo scenario, l’attività dedicata al contrasto dell’arricchimento illecito è cruciale e va portata avanti anche con strumenti specifici come le misure di prevenzione patrimoniali. In definitiva, l’intero apparato istituzionale dello Stato dovrebbe agire sinergicamente nella convinzione che «prevenire il fenomeno criminale è sicuramente più importante che ricorrere invece alla punizione del fenomeno criminale».

  • Nel percorso lavorativo di cui abbiamo appena parlato, quale impatto ritiene abbia avuto il suo ruolo di donna magistrato e come ha percepito la risposta dell’ambiente professionale e istituzionale nei suoi confronti?

In questo percorso, il mio essere donna magistrato ha avuto inevitabilmente un peso. Ho iniziato la mia carriera in una magistratura nella quale le donne erano state ammesse solo nel 1964, e proprio quel primo concorso fu vinto anche da alcune donne napoletane. Il fatto che le donne siano arrivate più tardi in magistratura ha comportato, inevitabilmente, che anche gli incarichi direttivi venissero raggiunti molto più lentamente. Oggi la presenza femminile in magistratura è addirittura superiore a quella maschile: posso dire che la magistratura si sta progressivamente “tingendo di rosa”. Tuttavia, ciò che conta davvero è il modo in cui una donna riesce a esercitare autorevolezza, far valere la propria competenza e a costruire relazioni istituzionali in ambienti che restano ancora fortemente gerarchici e, per molti aspetti, tradizionali.

Io ho dovuto lottare molto per affermare la mia autorevolezza. Ho sentito spesso il bisogno di dimostrare di essere più preparata, più rigorosa, più capace degli altri. Ho dovuto sostenere le mie idee anche quando non erano condivise in un contesto ancora prevalentemente maschile. Ricordo che, soprattutto quando sono diventata Presidente del Tribunale di Napoli, ho dovuto dare costante prova della mia capacità ed autorevolezza perché percepivo, soprattutto inizialmente, una certa diffidenza da parte di alcuni interlocutori istituzionali rispetto alla mia idoneità a guidare un ufficio giudiziario così complesso, con un numero di procedimenti pendenti addirittura superiore a quelli di Roma e Milano. Mi riferisco sia ai rapporti con le istituzioni giudiziarie superiori — Corte d’Appello e Procura Generale — sia ai rapporti con le forze di polizia giudiziaria, carabinieri e guardia di finanza. All’inizio avvertivo una sorta di prudenza nei miei confronti, quasi il bisogno di verificare sul campo la mia competenza e la mia capacità di guida. È stato il lavoro quotidiano, concreto, a costruire quella fiducia. E oggi posso dire con soddisfazione che: « al termine di questo percorso, ho conquistato la stima e la collaborazione di tutte le istituzioni con cui ho lavorato: magistrati, forze dell’ordine, avvocatura dello Stato». Anche il fatto che oggi il Presidente della Corte d’Appello sia una donna dimostra quanto il cambiamento sia ormai reale. Ma resta il fatto che, per vedere riconosciuta la mia autorevolezza, io ho dovuto combattere.

  • Sentiamo sempre dire che i tempi della giustizia sono troppo lunghi al punto tale che anche l’ultima relazione annuale della Commissione europea ha sottolineato progressi solo marginali ed un paese che in tema di giustizia è ancora lontano dagli standard europei. Secondo Lei le recenti riforme porteranno miglioramenti in termini di efficienza? Quale ritiene sia il nodo principale da sciogliere?

Sicuramente uno dei problemi principali della giustizia, italiana in assoluto, ma ancor più napoletana, è legata ai tempi di definizione dei processi, perché guardando le statistiche negli ultimi anni vi sono pendenze che riguardano fatti troppo risalenti nel tempo. Penso che su questa situazione abbia inciso anche l’epidemia COVID, perché per un lungo periodo di tempo c’è stato un blocco significativo dell’attività giudiziaria, che salvo situazioni di particolare gravità e complessità, ha comportato lunghi rinvii per la difficoltà di garantire la presenza ovvero la possibilità di celebrazione dei processi da remoto. Un utile ed ottimo rimedio, i cui effetti positivi sono assolutamente tangibili, è stato rappresentato dall’ufficio del processo, che ha raggiunto gli obiettivi auspicati. Grazie agli addetti dell’ufficio del processo, infatti, le pendenze ultra-triennali sono state eliminate e tutti quei giudizi che necessitavano di essere prontamente definiti, così da poter beneficiare dei fondi del PNRR, hanno trovato il loro esaurimento. Da questo punto di vista, l’ufficio del processo si è rivelato sicuramente uno strumento assai utile, tant’è vero che oggi è stato bandito il concorso per la stabilizzazione dei relativi funzionari (inizialmente assunti a tempo determinato), in quanto rappresentano uno strumento essenziale affinché la giustizia possa essere amministrata in tempi compatibili con le indicazioni costituzionali e con le aspettative dei cittadini. La stabilizzazione dell’Ufficio per il processo è stata richiesta espressamente al Ministro dall’Associazione Nazionale Magistrati, sulla base di dati concreti e di risultati che sono stati effettivamente raggiunti. Confido quindi che il rispetto della ragionevole durata del processo, principio previsto dall’articolo 111 della Costituzione, potrà essere sempre meglio garantito in futuro, grazie alla stabilizzazione dell’ufficio del processo e, mi auguro, attraverso la pianificazione di nuovi concorsi per coprire tutti i posti vacanti in magistratura. Questo disegno, naturalmente, dovrà essere completato con l’ingresso di nuovo personale ausiliario, come i funzionari di cancelleria, che possano attendere tempestivamente a quel lavoro, forse poco conosciuto ma indispensabile, di preparazione delle udienze. Quindi il nodo principale da sciogliere resta quello legato all’incremento del numero dei giudici e delle unità di personale amministrativo.

  • Un fenomeno grave diffuso nel paese riguarda la criminalità minorile che ha portato il legislatore a promulgare il cosiddetto Decreto Caivano, la giustizia come può intervenire per evitare che il disagio sociale che vive un minore non sfoci nella criminalità? 

Quello della criminalità minorile è uno dei fenomeni più allarmanti, problematici e di impatto sociale che in questo momento ci si trova ad affrontare. I ripetuti e assai gravi episodi di violenza di cui il nostro territorio è teatro è il segnale più significativo di quanto in effetti i minori vivano un momento di grandissimo disagio. Disagio che non nasce all’improvviso, ma che si è pian piano alimentato nel tempo. Si tratta di un disagio che va studiato, capito, di modo che possa essere individuato tempestivamente e gestito con strumenti educativi, per evitare che sfoci in comportamenti devianti che talvolta finiscono per costruire una vera e propria identità criminale del giovane. A mio giudizio per dare una risposta che sia veramente utile occorre interrompere precocemente quelli che sono i meccanismi di marginalità, di appartenenza e di reclutamento di questi minori, che vengono poi destinati ad attività criminali anche, gravissime, e che non riusciranno mai a comprendere fino in fondo il disvalore delle loro condotte perché saranno portati a concepirle come normali. Ora, il sistema della giustizia penale minorile, grazie al fondamentale contributo della giurisprudenza costituzionale, è improntato alla finalità educativa della pena, sul presupposto che, diversamente dal maggiorenne da rieducare, il minore non abbia ancora compiuto il proprio percorso educativo. In questo assetto, la detenzione minorile viene considerata tradizionalmente come ultima ratio. Si ritiene, a ragione, che vadano impiegati strumenti alternativi e più efficaci a far comprendere ai minori il disvalore delle loro azioni e a indirizzarli per il futuro verso comportamenti non improntati alla violenza o all’illegalità, bensì fondati sul rispetto delle regole. Perché tutto questo avvenga, però, occorre che questi strumenti siano attivati con rigore, con attenzione e con cura individuale sia nella sede processuale, e quindi nel momento della scelta del rimedio più opportuno, sia nella fase esecutiva, di norma appannaggio dei servizi sociali. Serve, inoltre, il coinvolgimento delle famiglie e delle istituzioni scolastiche, delle associazioni sportive, che sono i centri insostituibili della crescita dei minori e di normalizzazione della loro vita. Il decreto Caivano, in effetti ha voluto restituire dignità ad un territorio e a tutti coloro che su quel territorio vivono, prima di tutto i giovani. Ecco perché si sono create situazioni particolari in cui i giovani sono diventati oggetto di grande attenzione da parte delle istituzioni. Basti pensare, ad esempio, alle Fiamme Oro della Polizia, che si dedicano ai giovani attraverso lo sport, oppure a tanti altri atleti che scelgono di stare loro vicino per far comprendere come la vita debba essere vissuta nel rispetto delle regole e della legalità e come, al contrario, l’illegalità non porti a nulla di positivo. Allo stesso tempo, quel provvedimento ha coltivato una idea punitiva che ha ampliato la possibilità del ricorso alla detenzione intramuraria – anche in chiave cautelare – a scapito di istituti tradizionali come la messa alla prova. Non voglio entrare troppo nel merito, ma si sono già registrati interventi correttivi da parte della Corte costituzionale: segno che il carcere non può diventare un rimedio ordinario nel processo penale minorile. A mio avviso, attraverso un dialogo sincero con i ragazzi è importante far comprendere che, nel momento stesso in cui si fa ingresso in realtà criminali, si compromette la propria libertà, il proprio futuro e si rischia di segnare irrimediabilmente la propria vita e la propria felicità. Quindi parlare ai giovani vuol dire soprattutto far comprendere loro il valore della legalità intesa proprio come libertà del proprio essere e in tal senso la cultura rappresenta uno strumento assai utile per poter consentire appunto di affrontare le scelte giuste e di allontanarsi da quello che è il mondo della criminalità. Dobbiamo agire in un’ottica preventiva: comprendere che esiste un disagio sociale, affrontarlo e fare in modo che il minore acquisisca fiducia nei confronti di quegli interlocutori che cercano di allontanarlo dal mondo del crimine per avvicinarlo, invece, alla legalità, alla cultura e alla bellezza. Non è possibile pensare che oggi un ragazzo possa uccidere un suo coetaneo e subito dopo continuare ad andare in un bar o a giocare a carte: questo significa non comprendere affatto il disvalore delle azioni commesse. Stare accanto a un minore, comprenderne le difficoltà, aiutarlo ad affrontare e risolvere i propri problemi senza ricorrere al mondo criminale, senza costruire la propria personalità in un ambiente malato: sono questi, a mio avviso, i comportamenti e gli obiettivi verso cui oggi bisogna tendere. Il punto fondamentale resta quindi la prevenzione, più che la punizione. Infatti, anche quando intervengono la sanzione e, nei casi più gravi, la detenzione carceraria, se il minore non ha seguito un percorso capace di fargli comprendere il disvalore di ciò che ha commesso, una volta uscito dal carcere finirà purtroppo per ricadere nuovamente in un ambiente criminale, che non potrà offrirgli nulla se non riportarlo sulla strada del crimine.

  • Altra questione importante è la violenza di genere ritenuta da alcuni emergenza sociale al punto tale da introdurre un’autonoma fattispecie di reato. Ritiene che tale scelta sia frutto di una posizione ideologica o risponde ad una reale necessità di colmare una lacuna giuridica?

Come dicevo, in effetti, tra il 2008-2009 la corte d’Assise da me presieduta ha pronunciato una sentenza di condanna per quello che oggi definiremmo un femminicidio. L’imputato era un giovane militare della Guardia di Finanza che con la sua pistola di ordinanza, esplodendo un solo colpo, ha ucciso la sua fidanzata, soltanto perché finalmente questa giovane donna dopo essere stata oggetto di tante violenze, soprattutto morali da parte sua, decise finalmente di lasciarlo. Come purtroppo si sente spesso ancora oggi, l’omicidio avvenne nel corso di un ultimo incontro “chiarificatore” tra i due. All’epoca il fatto, ovviamente, era inquadrabile nella fattispecie di omicidio volontario e attraverso le circostanze aggravanti, ove ritenute sussistenti, avrebbe anche potuto essere punito con l’ergastolo. Quindi, da un punto di vista strettamente tecnico, in effetti, la nuova fattispecie di femminicidio ha voluto qualificare in via autonoma, e punire con la pena fissa dell’ergastolo, l’omicidio commesso in danno di una donna quando scaturito in particolari contesti o per peculiari motivazioni. La scelta del legislatore è stata dettata dal fatto che, come sappiamo, negli ultimi tempi gli episodi di violenza di genere sono tristemente all’ordine del giorno. Forse prima non si denunciavano, forse oggi si denuncia di più, forse oggi finalmente la donna ha acquisito quella autorevolezza di cui parlavamo prima, , ha acquisito il coraggio di reagire, anche con le denunce, a fatti violenti o vessazioni che prima rimanevano quasi sempre nell’ ambiente domestico. Tutto questo è avvenuto lentamente nel tempo, quando finalmente ci si è interrogati su come aiutare queste donne, anche prima di tutto a raccontare il loro vissuto e a denunciare. Oggi vi sono delle sezioni specializzate anche nell’ambito delle forze dell’ordine che aiutano la donna a trovare la forza di interrompere la spirale di violenza in cui viene collocata e a denunciare i fatti di cui è rimasta vittima. Ciò detto, non ritengo che la norma abbia colmato una lacuna giuridica, sinceramente penso che la rilevanza di questa nuova fattispecie sia prevalentemente di tipo simbolico, a voler segnalare l’attenzione dell’ordinamento per il problema. Ora però anche in tema di violenza di genere la regola fondamentale deve essere quella cosiddetta delle 3 P: prevenzione, protezione, punizione. È importante la prevenzione, perché la punizione è già una sconfitta. Le sentenze di condanna che vengono pronunciate ci dimostrano e ci confermano che chi pone in essere determinati atteggiamenti e determinati comportamenti illeciti nei confronti di una donna non è certo preoccupato dalla pena, e lo dimostra il fatto che spesso gli autori di femminicidi poi si suicidano. Quindi non credo che la previsione dell’ergastolo come pena fissa rappresenti un deterrente effettivo per quell’uomo che abbia deciso in un modo o in un altro di eliminare la propria moglie, compagna, ex. Però sicuramente la previsione di una pena edittale seria è importante perché, appunto rappresenta quello che è un argine di fronte a questo fenomeno così grave cui assistiamo tristemente sempre più spesso.

  • L’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone conferma ancora gravi criticità nel sistema penitenziario italiano dovute al sovraffollamento e alle condizioni di detenzione spesso degradanti, compreso l’aumento dei suicidi. Quale ritiene debba essere il ruolo del sistema giudiziario nel promuovere misure alternative alla detenzione e garantire il rispetto della dignità umana?

Sicuramente il sistema penitenziario italiano presenta grandi criticità, legate soprattutto al sovraffollamento delle carceri e alla carenza di personale di polizia penitenziaria in grado di seguire adeguatamente i detenuti. A questo si aggiungono condizioni detentive che, talvolta, non risultano pienamente conformi ai principi di umanità: spesso i detenuti sono reclusi in spazi insufficienti rispetto al numero previsto. Tutto ciò ha contribuito anche al verificarsi di episodi drammatici, come i suicidi in carcere, e induce inevitabilmente a riflettere sul significato stesso della detenzione. Se però queste criticità sono reali, non possiamo dimenticare che molte delle persone detenute si sono rese responsabili di reati molto gravi e che le vittime meritano sempre rispetto e tutela. Questo, tuttavia, non può mettere in discussione il principio fondamentale sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Da questo punto di vista, alcuni passi avanti sono stati compiuti. Penso, ad esempio, alla casa circondariale di Secondigliano, dove una direttrice particolarmente attenta e competente ha promosso percorsi concreti di reinserimento. Molti detenuti hanno avuto la possibilità di lavorare, studiare e persino intraprendere corsi universitari. Sono stati avviati laboratori artigianali, come quelli di lavorazione del legno, che consentivano anche la vendita dei prodotti realizzati. Altri detenuti sono stati coinvolti in attività teatrali e nello spettacolo, mentre per le detenute sono stati organizzati laboratori di sartoria. L’obiettivo è stato quello di trasformare il carcere in un luogo che potesse rappresentare non solo la sede di esecuzione della pena privativa della libertà, ma anche un’occasione di crescita e di formazione professionale, offrendo competenze spendibili una volta tornati alla vita libera. Ricordo, inoltre, l’esperienza di un’azienda vicina alla casa circondariale di Secondigliano, la Kimbo, dove alcuni detenuti in regime ordinario hanno potuto apprendere attività legate alla manutenzione e alla riparazione delle macchine da caffè. Si tratta di iniziative molto importanti perché consentono, una volta terminata la pena, di avere una professionalità concreta e di ridurre il rischio di ricadere nel crimine, che resta uno dei problemi più difficili da affrontare. Questi esempi sono decisivi perché ci consentono di mettere in luce due aspetti strettamente connessi alla pena: il primo, che la rieducazione ha bisogno di risorse, non può essere raggiunta a costo zero; il secondo, direttamente conseguente, che quel costo può però essere ammortizzato, perché la risocializzazione, specie tramite pene non (o non solo) limitative della libertà, riduce i tassi di recidiva. Occorre dunque investire risorse adeguate a consentire al condannato di intraprendere percorsi di reinserimento nella società grazie ai quali si ridurrà drasticamente il rischio di una ricaduta nel delitto. Esistono poi diverse misure alternative alla detenzione che andrebbero ulteriormente valorizzate, naturalmente nei casi in cui non vi sia una particolare pericolosità sociale. Mi riferisco all’affidamento in prova ai servizi sociali, alla detenzione domiciliare, alla semilibertà e ai lavori di pubblica utilità. Sono strumenti che rappresentano un’importante alternativa al carcere tradizionale e che, tra l’altro, mostrano tassi di recidiva inferiori rispetto alla detenzione interamente scontata in carcere. Accanto a queste misure si stanno sviluppando anche percorsi di giustizia riparativa: proprio in questi giorni, ad esempio, è stato firmato a Milano un protocollo dedicato a tali percorsi. Il legislatore sta quindi cercando di favorire sempre più il reinserimento sociale della persona condannata una volta conclusa l’espiazione della pena, nel rispetto della dignità umana. In questo senso, misure alternative e percorsi di reintegrazione rappresentano strumenti certamente più rispettosi della persona rispetto a una detenzione esclusivamente afflittiva e priva di prospettive di recupero.

  • In un’epoca in cui tutto è in continuo mutamento, per molti giovani il diritto risulta astratto e distante. Quali responsabilità hanno le istituzioni, l’università, i magistrati nel rendere la giustizia credibile e capace di parlare alle nuove generazioni tanto da accendere in loro l’interesse per il diritto come strumento di tutela e di cambiamento sociale?

Parlare ai giovani rappresenta oggi un grande problema. Non occorre che si parli loro in maniera astratta ma è importante che i giovani si sentano al centro di un eventuale dialogo con le istituzioni. Parlare astrattamente di legalità, oramai non ritengo sia un qualcosa che paghi e che abbia dei risultati utili. Parlare di legalità ai giovani, fargli comprendere il valore e l’importanza di questo termine e qual è tutto il mondo che ruota attorno alla legalità: rappresentato da professioni legali, quali appunto i magistrati, gli avvocati, gli addetti di cancelleria. Il diritto deve essere visto non più come un qualcosa di assolutamente estraneo alla quotidianità, ma un qualcosa che ti serve proprio per far sì che questa quotidianità possa proseguire in una maniera corretta. Quando si dialoga con le scuole, i giovani non possono essere semplici destinatari di una lezione: devono essere loro a porre interrogativi e problematiche ai propri interlocutori. Nel momento stesso in cui acquisiscono fiducia nelle persone che hanno di fronte, persone che devono e possono comunicare le tante esperienze vissute, si crea un dialogo autentico. Faccio un esempio: io ho vissuto per oltre dieci anni sotto scorta. Questa situazione è sempre stata di particolare interesse per i giovani, che mi hanno spesso chiesto come vivessi questa condizione, come la potessero vivere i miei figli e perché avessi fatto scelte così rigorose e impegnative nella lotta alla criminalità. Portare il discorso da un piano assolutamente generico a un piano concreto, fatto di esempi pratici, di processi vissuti e di questioni affrontate, penso sia sicuramente uno degli strumenti più utili per avvicinare i ragazzi al mondo del diritto e per far comprendere loro che cosa sia la legalità. Far capire quanto, in effetti, la legalità paghi e come la legalità coincida con la libertà è fondamentale. La cultura, il poter acquisire numerose conoscenze, sia di tipo umanistico sia di tipo più strettamente giuridico, rappresenta sicuramente un momento importante per superare quella diffidenza iniziale o quelle difficoltà di dialogo con persone che possono rappresentare un’importante occasione di crescita e di interesse verso il mondo del diritto. Sicuramente, nel momento stesso in cui i giovani comprenderanno questo, vi sarà un’evoluzione dal punto di vista della tutela e del cambiamento sociale, perché ci saranno persone disposte ad affrontare tutta una serie di problematiche con consapevolezze completamente diverse.

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