PROFILO PERSONALE E SCELTA DELLA PROFESSIONE
- Ci racconti il suo percorso formativo e cosa l’ha spinta a intraprendere la strada del praticantato forense.
“Da giovane neolaureato intendevo completare un ciclo in quanto l’abilitazione è il naturale prosieguo del percorso scelto, essendo tra gli sbocchi principali offerti dalla facoltà.
Oltretutto era forte la curiosità di comprendere nel pratico la professione e la vita lavorativa dell’avvocato, che nel concreto è ben diversa da come la si immagina”
- Quando ha iniziato il praticantato, quali aspettative aveva sulla professione di avvocato? Sono state confermate o disattese?
“Sicuramente mi aspettavo maggiore dinamicità, con il processo telematico è cambiato molto e, a mio avviso, ci si è allontanati dalla professione così come intesa nell’immaginario dei giovani e della collettività. Le modalità di esercizio della professione sono oggi diverse da come me le aspettavo. Ci sono pro e contro, sicuramente il telematico rende più gestibile l’organizzazione del tempo ed evita lunghi spostamenti ed adempimenti di cancelleria, a discapito però del confronto diretto con colleghi e magistrati.”
IL PRATICANTATO FORENSE: FORMAZIONE E REALTÀ QUOTIDIANA
- Quali competenze ritiene di aver sviluppato maggiormente durante il praticantato: tecniche, relazionali, organizzative?
“Sicuramente competenze tecniche ed organizzative. Ritengo che le competenze relazionali facciano parte delle cosiddette “soft skill” che ognuno di noi possiede insite nel carattere. Nulla vieta di perfezionarle o di crearle ex novo, ma credo si tratti di un lavoro successivo o comunque che prescinde dalla pratica forense.”
- Il rapporto con il dominus è improntato più alla formazione o alla collaborazione lavorativa?
“Un rapporto produttivo e utile dev’essere il connubio di entrambe le cose. Un buon dominus dev’essere una guida, ma deve anche dare fiducia per poter favorire la crescita e l’apprendimento professionale. Nel caso, un bravo avvocato sa spesso come poter rimediare a piccoli errori del praticante.”
ASPETTI ECONOMICI E CONDIZIONI DI LAVORO
- Il tema della retribuzione del praticante è spesso oggetto di dibattito: qual è la sua esperienza personale in merito?
“Questo è e resterà un tema estremamente complesso. In base alle mie esperienze e a quelle dei miei colleghi parliamo di retribuzioni totalmente inadeguate e insufficienti a permettere un’autonomia economica. La questione è però più profonda e articolata in quanto, effettivamente, il praticante all’inizio non è in grado di redigere atti, né portare avanti transazioni, rapporto con la clientela ecc. ecc. Dunque, a mio avviso, servirebbe inserire una formazione pratica direttamente all’università, come del resto già succede in altre facoltà, che renda i giovani in grado ad adempiere funzioni concrete già dall’inizio e poter, a quel punto, pretendere una dignitosa retribuzione.”
- Ritiene che le attuali condizioni economiche del praticantato siano sostenibili per un giovane laureato?
“Non le ritengo sostenibili in quanto un laureato in giurisprudenza ha già affrontato un percorso di laurea a ciclo unico di anni 5/6, ragion per cui è anagraficamente più grande rispetto ai coetanei laureati triennali che possono fermarsi e iniziare già a procurarsi una fonte di reddito. A ciò si aggiunga che la nostra laurea non è abilitante ed il percorso formativo deve necessariamente continuare. Il giovane laureato si ritroverà inevitabilmente a continuare ad esser “studente” rispetto a coetanei che, sia con triennale che post magistrale, riescono ad entrare nel mondo del lavoro molto più velocemente e ad iniziare a percepire una remunerazione.”
- Quanto incidono fattori come il sostegno familiare o altre fonti di reddito sulla possibilità di portare a termine il praticantato?
“Purtroppo, ad oggi è estremamente importante in quanto i costi per sostenere formazione e approccio alla professione sono molto elevati. Ciò vale probabilmente per tutti i lavori in cui è necessaria una continua formazione ma, nel nostro caso, il tutto è aggravato da molte tasse ed adempimenti burocratici.”
ESAME DI ABILITAZIONE E ACCESSO ALLA PROFESSIONE
- Come si sta preparando all’esame di abilitazione forense (o come ha vissuto l’ultima prova, se già sostenuta)?
“Mi sto preparando all’esame con un approccio il più possibile pratico, studiando sui manuali e dedicando molto tempo alla redazione di atti e pareri. È una preparazione impegnativa, che richiede costanza e sacrificio, ma cerco di viverla come un momento di crescita professionale più che come un semplice ostacolo da superare”.
- Ritiene che l’attuale esame di abilitazione valuti in modo efficace le competenze di un futuro avvocato?
“In parte sì. Sicuramente l’esame verifica la capacità di ragionamento giuridico e di scrittura, che sono competenze fondamentali. Tuttavia, a mio parere, valuta poco aspetti centrali della professione come il rapporto con il cliente, la strategia processuale, la gestione dei tempi e delle responsabilità. Spesso premia più la memoria e la tecnica redazionale che la reale preparazione pratica”.
- Cosa cambierebbe dell’attuale sistema di accesso alla professione?
“Rafforzerei il peso del praticantato, rendendolo più strutturato e formativo, magari con controlli reali sulla qualità della formazione ricevuta. Ridurrei l’enfasi su un unico esame finale, introducendo una valutazione più progressiva delle competenze, anche pratiche e deontologiche”.
IDENTITÀ, VALORI E RUOLO SOCIALE DELL’AVVOCATO
- Digitalizzazione, processo telematico, intelligenza artificiale: opportunità o rischio per i giovani professionisti?
“Li considero soprattutto un’opportunità. La tecnologia ed il processo telematico rendono il lavoro più veloce ed accessibile, soprattutto per i giovani. L’intelligenza artificiale può essere un valido supporto per la ricerca e l’organizzazione del lavoro, ma non può sostituire il giudizio critico, la strategia e il controllo umano. Il rischio esiste solo se ci si affida totalmente, dimenticando di correggere gli errori fatti dall’AI.”
- Che consiglio si sentirebbe di dare a uno studente di giurisprudenza che sta valutando se intraprendere il praticantato forense?
“Gli direi di farlo solo se è davvero motivato e curioso di capire come il diritto “vive” nella pratica quotidiana. Il praticantato è faticoso, spesso poco gratificante all’inizio, ma è fondamentale per capire se questa professione fa davvero per sé. Consiglierei anche di scegliere con attenzione lo studio in cui svolgerlo, privilegiando la qualità della formazione. Consiglierei di avere il coraggio di provare e di impegnarsi senza troppi pensieri, quantomeno per non avere rimorsi in futuro. La professione è bella e stimolante, merita un’opportunità.”
Le dichiarazioni rese dall’intervistato esprimono valutazioni personali maturate nell’ambito della propria esperienza professionale e non impegnano in alcun modo la redazione, né intendono assumere valore di affermazione generale o di verità assoluta.